Auschwitz, dove il tempo si è fermato
Non appena varcato il cancello di Auschwitz I, con la scritta “Arbeit macht frei”, ho sentito un gelo interno difficile da spiegare. Samuele era nel passeggino, aveva appena un anno. Non poteva comprendere, ma io sentivo il peso di quel luogo in ogni passo. Alessandro era molto coinvolto: leggeva ogni pannello, ascoltava la guida con attenzione, faceva domande precise.

Il campo fu istituito nel 1940 dai nazisti come prigione per oppositori politici polacchi. In seguito, si trasformò in uno dei principali centri di sterminio del Terzo Reich. Auschwitz II-Birkenau, costruito nel 1941, fu progettato per l’eliminazione sistematica degli ebrei, dei rom, dei prigionieri di guerra sovietici e di altri gruppi perseguitati. Oltre 1,1 milioni di persone vi trovarono la morte.

Abbiamo visitato il blocco 11, noto come “il blocco della morte”. Le celle di punizione, alcune in piedi, altre completamente buie, erano usate per torture e esecuzioni. Alessandro ha chiesto della resistenza interna: la guida ha parlato di Witold Pilecki, infiltrato volontario nel campo, che riuscì a trasmettere informazioni cruciali agli Alleati.

Nel blocco 4, le vetrine esponevano oggetti personali: valigie con nomi e date, scarpe, spazzole, occhiali. Una montagna di scarpe da bambino mi ha colpito più di ogni altra cosa. Samuele dormiva, ignaro. Io mi sentivo sopraffatta. Abbiamo camminato lungo il cortile dove avvenivano le fucilazioni. Il muro nero, ancora segnato dai proiettili, era una testimonianza muta ma potente. La guida ha spiegato che qui venivano giustiziati prigionieri accusati di sabotaggio o tentativi di fuga.

A Birkenau, il binario centrale taglia il campo in due. Era il punto di arrivo dei treni merci, dove avveniva la selezione: chi era ritenuto “inabile” al lavoro veniva mandato direttamente alle camere a gas. I resti dei crematori, distrutti dai nazisti nel tentativo di nascondere le prove, sono ancora visibili.

Nel museo ho letto una lettera scritta da una giovane deportata francese. Parlava della speranza di rivedere la madre. Non accadde mai. Alessandro era silenzioso, assorto. Io avevo bisogno di uscire, di respirare. Auschwitz non è solo un luogo storico. È una ferita aperta. E anche se Samuele non potrà ricordare, io non dimenticherò mai.